Governare l’ingovernabilità

Ebbene sì: l’era dell’ingovernabilità travolge anche la Germania e la leadership pluridecennale di Angela Merkel. Questo è il responso delle trattative sulla possibile coalizione “Giamaica”, fallite dopo 56 giorni di incontri e tentativi.

Troppe le differenze politiche tra Cdu-Csu e i liberali di Lindner. Dopo il travagliato iter che ha portato in Spagna l’attuale premier Rajoy nuovamente alla guida del Paese (si ricordino le drammatiche elezioni ravvicinate tra 2015 e 2016), ecco un nuovo atto di incertezza politica europea, senza dimenticare il passaggio di Brexit e lo stallo italiano del 2013.

La lezione tedesca offre uno spunto cardine: senza governi di larga coalizione difficilmente si giunge alla guida di un Paese. Al netto di quali siano le (molteplici) cause,  questo è quanto accade nella Germania ‘traino’ europeo, dopo le elezioni del 24 settembre. Accadrà probabilmente nel 2018 anche in Italia, con elezioni che presumibilmente si terranno a marzo.

Il capo di Stato tedesco Steinmeier si è già tuttavia detto contrario ad un ritorno alle urne, richiamando i partiti della politica tedesca alla responsabilità. Una parola di cui forse sentiremo abusare nei prossimi mesi a venire, quando lo spettro dell’ingovernabilità riguarderà anche il nostro Paese, salvo novità clamorose.

L’appello di Steinmeier riporterà la Germania alla cosiddetta ‘Grosse Koalition?’ A quanto pare, non sembrano esserci le condizioni. I socialdemocratici e Schulz hanno di fatto già rivendicato per i cittadini il diritto al (ritorno al) voto dopo il fallimento dei negoziati per la formazione di un governo. Fallimento che si traduce nel flop e contestuale indebolimento di Angela Merkel dopo anni di incontrastato dominio.

Il voto tedesco porterà se non altro a futuri proclami elettorali nel Belpaese, tesi all’invocazione del notorio voto utile. E’ auspicabile che su questo anche la Sinistra si impegni ad una riflessione a tutto campo, che prescinda dalle antipatie nei confronti della figura di Matteo Renzi. Si può discutere della leadership, dell’opportunità di passare da primarie di coalizione, ma bisognerebbe pensare in primis alla governabilità del Paese, già compromessa da una legge elettorale di compromesso e da un elettorato in parte frastagliato ed in parte disinteressato dai giochini politici da campagna elettorale.

Le difficoltà tedesche vanno osservate con grande attenzione: dal futuro esito dell’appello di Steinmeier si potrebbe ricavare una riflessione sullo spettro di una ingovernabilità che al momento pervade l’assetto istituzionale nostrano. E può forse insegnare alla Sinistra “qualcosa”. Un qualcosa grande quanto l’importanza di non lasciare il Paese senza un vincitore certo o con larghe coalizioni potenzialmente incompatibili. Non è forse ciò che Bersani&Co. avrebbero sempre voluto scongiurare, evitando inciuci con la destra del ‘diavolo’?

Quale sia il sistema elettorale di un Paese, allearsi sulla base di un programma condiviso ed in anticipo chiarirebbe quantomeno all’elettorato quali siano le scelte degli stessi partiti politici. Farlo dopo le elezioni non rappresenterebbe che l’ennesimo inganno, oltre che la riesumazione di sinistre da due o tre per cento. Perché poi, a quel punto, per dirla alla Lindner, “è meglio non governare che governare male”.

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Le pagelle di #XFactor

Samuel Storm 8: Già il nome è indice di chi avrà un futuro nella musica, al di là del contesto “talent”. Magistrale come solitamente accade, resta forse il principale favorito di questa edizione. Certo, in altri Paesi vincerebbe a mani basse. Diciamo nei paesi “non razzisti”. E in Italia…

BIMBO PRODIGIO

Rita Bellanza 0,5: Diciamocela tutta: se vince XF è un piccolo scandalo all’italiana. Stonata ai livelli di una mia nota ex. Nulla da dire invece sul look ma fermiamoci qui causa rischio denuncia per #molestie. Comunque apprezziamo lo sforzo

ALLA FRUTTA

Gabriele Esposito 3: Alla prossima esce. E’ #LorenzoFragola 2.0. Salvato dall’amor di patria della Maionchi.

MIRACOLATO

Fedez 6: Puntata straordinaria perché raggiunge la sufficienza piena. Non litiga, spara meno cazzate del solito e se ne sta lì bello ordinato nel recinto della banalità con il suo terribile look.

ORDINARIO

Levante 2: Di una falsità sconcertante. Che esca un suo concorrente o meno è praticamente la stessa cosa. Stucchevole la polemica con Fedez circa il non giudicarla per le scelte dei pezzi.

CONFUSIONARIA

Maionchi Mara 8: Pezzo forte della giuria. Indimenticabili i discorsi con risata solitaria e ripresa di serietà il secondo successivo. Il 10 alla prossima, quando la smetterà con il discorso discografico del cantato all’italiana. E’ la #MatteoSalvini del contest

EROICA

Maneskin 100: Una spanna sopra tutti. Magicamente eclettici e con una idea di musica ben radicata. Favoritissimi, non dovessero vincere si confermerebbe il classico assunto del pubblico ignorante. Ehm sì, allora forse non vincono..

VERTIGINOSI

Agnelli Manuel 7.5: Questa idea di fare XFACTOR avendo AFTERHOURS non è follia. E’ la scelta più logica che potesse fare. Sempre più a suo agio, anche ‘televisivamente’.

INTEGRATO

Morandi 9,8: E’ straordinario. Giunge a destinazione Xfactor e presenta l’album numero 40 della carriera. Poi si siede in giuria e non capisce cosa cazzo deve fare riempiendo di domande il conduttore. Semplicemente meraviglioso. Leader incontrastato

GENIO DEL (MUSEO) 900

Ros 7: Dopo un inizio così così, forse dovuto alla giovane età, si erigono ormai ad outsider della competizione. In costante crescita, bene ieri con un pezzo che ha messo in luce la presenza di un’identità musicale.

GIOVANI DI PROSPETTIVA

Cattelan 5,5: Non ha ritmi altissimi e sta rischiando di sconfinare in un pericoloso ‘repeat’ da #Rai. Ma è trascinatore vero: appena sbaglia i codici del televoto cominciano a sbagliare tutti.

COMANDANTE DELLA NAVE XFACTOR

Luca Tommassini 11+: Migliore in campo. Costantemente inquadrato quando i giudici non sanno cosa cazzo dire.

SALVATORE DELLA BARACCA

 

Cari compagni, a Canosa è tempo di ricostruire a Sinistra

Cari compagni,

La bruciante sconfitta di ieri, maturata dopo il lentissimo spoglio protrattosi sino a mattina inoltrata, rappresenta un qualcosa tutt’ora difficile da digerire, soprattutto per le modalità rispetto alle quali essa è avvenuta.

Una sconfitta che deve farci riflettere  e non può non esimerci da una riflessione che dovrà essere non solo ampia, ma soprattutto ponderata rispetto ai limiti di questa campagna elettorale, e di una gestione per quanto umile parecchio ritardataria, e da parte di alcuni, rinunciataria. E allora fa davvero male sapere come la prima persona ad esultare della disgrazia politica della nostra sinistra sia proprio il primo cittadino uscente, il dottor Ernesto La Salvia, felice di veder i vecchi  amici soccombere dopo i dissidi e le incomprensioni degli ultimi mesi. Emerge evidentemente la preferenza del sindaco uscente, soddisfatto dalla prospettiva di veder governare il noto nemico, onnipresente in una campagna elettorale dai toni aspri ed a volte (probabilmente) giunta oltre i limiti della correttezza politica e istituzionale.

Si diceva: è una sconfitta che brucia ma che non può non tenere conto degli errori commessi dalla coalizione, a cominciare dal tira e molla con il sindaco uscente, per poi sfociare nelle primarie non primarie che hanno ritardato le operazioni di costruzione di un programma da raccontare ai cittadini, con la massima serietà e con unione di intenti. Perciò, la riflessione deve necessariamente partire dai limiti del Partito Democratico, sparito letteralmente a Canosa dopo anni di commissariamento e dispersione. Una dispersione simbolo del buio a sinistra, rivelatasi in maniera manifesta ed inequivocabile dopo il voto di ieri.

Bisognerà dunque guardare a casa propria: riflettere sugli errori, ripartire dalla tentata impresa non riuscita, in una campagna elettorale penalizzante poiché concretizzatasi in tempi di recupero ormai difficili da recuperare, rispetto alla spinta propulsiva di M5s e di un Centrodestra che ha sbandierato operazioni democratiche rivelatesi poi farsa, con primarie inutili e dal risultato già scritto. Ma anche qui restano le responsabilità a sinistra, poco lesta a difendere uno strumento che dovrebbe essere politico marchio di fabbrica, e che invece è per l’occasione stato oggettivamente sottratto dagli avversari politici, a causa di una inerzia non giustificabile rispetto all’importanza della partita.

E dinanzi ad una brutta giornata, densa di tensioni e di insulti a regolarità e prerogative democratiche, e ricoperta dal beffardo odore del mercimonio e del familismo amorale, non resta che ripartire da noi stessi. Dagli errori e dalle incomprensioni degli ultimi anni, che hanno decretato la limitata credibilità della coalizione. Non invece del dottor Antonio Imbrici, cui va un ringraziamento personale e sentito, per aver messo la faccia (e la propria competenza ed esperienza pluriennale a sinistra) nonostante i tempi non fossero quelli della gloria ma di un preannunciato stento, percepibile già a partire dagli ultimi mesi e non solo dall’infuocato clima dei seggi.

Si può e si deve fare di più, e lo si dovrà fare già da domani. Ripartendo da qualche certezza e molte incertezze, ma con la consapevolezza di dover recuperare il sentimento di un Paese spesso politicamente ingenuo e portato alla dimenticanza, nonostante la scelta dell’elettorato abbia in gran parte sposato la causa di un candidato sindaco non autonomo e dietro cui si nasconde l’ombra di chi ha sfruttato il Paese per i propri tornaconti personali e di carriera. Bisognerà cominciare a far capire questo, perché tra 5 anni o anche prima occorrerà riprendersi un Paese che ha bisogno d’aiuto, e non certo di uno spregiudicato arrivismo totalmente avulso dagli interessi della collettività canosina.

La clessidra del Dottor Waterloo

  • Ma scusi, per lei questa ragazza è suggestione o monotonia?
  • Oh senta, che devo dirle, non potrei che considerarla suggestione. Capisce, lei non parla, guarda e sorride giusto? E’ come un viaggio nel suo mondo diviso in piccole parti. Come quando gli anni passano. Lei si esprime con calma, con quella fermezza di chi promette implicitamente che racconterà il finale di questa storia. E’ un semaforo acceso e spento allo stesso modo. Comincerà a raccontarne solo un pezzo. Ma attenderà il corso degli eventi prima di scrivere la propria apoteosi. E’ una lunga e perenne scoperta tra amore e sofferenza.
  • E vorrebbe dire qualcos’altro?
  • Non ci sono domande. Lei è suggestione ma anche monotonia. E’ lo specchio di quei pezzi raccontati, che prendono e susseguono gli andamenti della realtà. Era forse sempre stata lì, dico bene? Tra gli stessi eccessi e le stesse difficoltà di concezione del tempo? Qualcuno mi dica dove sono.
  • Un giorno sarà dove deve essere. Al suo posto. Scopriremo dove. Ora non vada. Piuttosto, mi dica, questo è inganno o menzogna?
  • Per quale motivo scusi?
  • E’ come se questa ragazza non fosse mai con lei. Non ha percezioni di isolamento? Non teme il finale a suo sfavore?
  • Perché lei non ha compreso. Non finirà, mi creda. Vediamoci lunedì al solito posto dottor Waterloo.

Senonhocapitomale chiude

Chronicles of changed sons

L’Europa dei balocchi

Nel capitolo trentesimo della celeberrima opera di Carlo Collodi “Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino” il protagonista è in procinto di compiere il più grande passo della sua vita: smettere di essere un burattino e diventare un ragazzo. Cosa succede poi è probabilmente noto a tutti. Trascinato da un incosciente ed esasperato fervore giovanile e dal bisogno di accettazione adolescenziale, Pinocchio disobbedisce ai propri doveri e si proietta nel Paese dei Balocchi, dove tutto è una cuccagna. Lucignolo persuaderà Pinocchio con queste parole:

«Dove vuoi trovare un paese più sano agli altri ragazzi? Lì non vi sono scuole, non vi sono maestri, non vi sono libri. In quel paese benedetto non si studia mai. Il giovedì non si fa scuola: ogni settimana è composta di sei giovedì e una domenica… Ecco come dovrebbero essere tutti i paesi civili».

Pinocchio, dinanzi ad un simile racconto, si mostra titubante non senza quel mimino grado di consapevolezza di rispettare gli ordini della Fata, per diventare un ragazzo e poi chissà, un adulto. Ma la scelta sarà contraria e col senno di poi, quella sbagliata. Ieri in Europa si è registrata una delle giornate più importanti del nuovo millennio storico. Dal remain al leave, dagli errori degli exit poll all’autorità del voto popolare. Il Regno Unito ha deciso: è fuori dall’Unione Europea, non senza contraddizioni e spaccature. Perché se il complesso premia il Brexit, vero è che dalle parti di Scozia e Nord Irlanda si è pensato (e votato) esattamente il contrario.

In questo ventaglio di incertezze economiche prima, politiche poi, ciò che succederà non è ancora esattamente definibile, a maggior ragione per una Istituzione che non ha mai saputo dare segnali forti sulla risoluzione delle questioni internazionali, ancor meno delle proprie. Forse l’errore fiabesco si è davvero concretizzato. La convinzione che tutto sarebbe stato controllato senza strascichi di tale entità. Forse le strade per Regno Unito e Ue si dividono e complicano a vicenda, in un labirinto nel quale di decifrabile c’è poco se non per i “classici” fenomeni “a caldo” (deprezzamento sterlina, crollo dei mercati, crollo del petrolio, instabilità politica e partiti della destra nazionalista sul carro dei vincitori).

A volerlo sapere di vincitori certi ancora non ve ne sono. Di vinti, quelli pare ve ne siano, e possano essere a ben vedere selezionati senza bisogno di analisi geopolitiche. L’Europa paga l’incapacità di rispondere da anni alla fatidica domanda: che cosa sono/siamo? Gli errori si pagano e talvolta ad un prezzo altissimo. A questa Europa serve molto di più di un grillo parlante e di una Fata. Fortuna che di giovedì nel mondo reale ce n’è solo uno (a settimana).

Sabato sera

E’ sabato sera

Quasi tardi per pensieri dimenticati

Nascosti nel cassonetto delle impossibilità

E’ tardi ma il cielo non nuoce né incide.

E’ fermo ed osserva

Uno scambio di sguardi e l’invito del vento

Una sigaretta e un bicchiere di vino.

Inerme.

Obiettivi distanti

Vie scanzonate

Lungo le strade del futuro

Il buio imminente

S’aggira ed autoinvita alla festa.

A chiacchierare o stare zitti.

Che tanto il silenzio ed il vuoto

Han sempre l’amaro sapore di significati

Carichi, colorati, voluminosi.

E’ sabato sera

Ma di scelte nemmeno a parlarne.

La quotidianità giunge al culmine ed erode le energie.

Ventiquattr’ore di sogni e sorrisi.

Paura e speranza.

E’ sabato sera e siedo tra le nuvole

Una lunga catarsi tra stelle disorientate

E poesie disperate

Un vero fan dei Radiohead non dovrebbe ascoltare Oasis

Un vero fan dei Radiohead non dovrebbe ascoltare gli Oasis. O almeno dovrebbe provare a (non) farlo.

Perché? Ecco una serie di dichiarazioni dei fratelli Gallagher sui Radiohead e nei confronti del loro frontman, Thom Yorke.

 

Liam Gallagher : «Non ho mai ascoltato Ok Computer ma qualunque cosa dei Radiohead per me non ha un senso. Tutti pensano che siano all’avanguardia ma sono famosi solo per canzoni come Creep, no? Per il resto della loro carriera sono andati proprio fuori strada. Non capisco. Voglio dire, tutti abbiamo scritto canzoni come Creep, che sono le loro canzoni classiche. Sono queste che rendono i Radiohead quelli che sono ora. Karma Police è carina ma mica stiamo parlando dei Beatles.»

 

Liam Gallagher : «Ho ascoltato quel fottuto album dei Radiohead e ho subito pensato: ’Cosa??’ Mi piace pensare che quello che facciamo lo facciamo fottutamente bene (riferendosi peraltro ai Beady Eye, successiva agli Oasis). Loro scrivono una canzone su un fottuto albero? Ma per cortesia! Un albero di mille anni? Ma andate a farvi fottere! (il disco al quale si riferisce è “The King Of Limbs”)

 

Noel Gallagher: «Sono consapevole del fatto che i Radiohead non abbiano mai avuto una brutta recensione. Ma probabilmente se Thom Yorke facesse i suoi bisogni in una lampadina e poi la cominciasse a gonfiare, avrebbe un punteggio di 9 dalla rivista Mojo. Ecco di cosa sono consapevole. Tecnicamente ci sono songwriter migliori di me, almeno stando a quello che scrivono giornalisti del  Guardian. Ma ci sono stati gruppi che sono stati in grado di influenzare una generazione? I Radiohead lo hanno fatto? A me sembra che nessuno li ascolti. Appena Thom Yorke riesce a scrivere una canzone come ‘Mony Mony’ allora fatemi uno squillo. Qualche anno fa eravamo al Coachella, io e la mia signora, e c’erano i Radiohead e abbiamo deciso di dargli (si riferisce proprio a Yorke) una possibilità. Sono saliti sul palco ed hanno attaccato con questa cosa post-techno. Eravamo incazzati, ed abbiamo deciso che non faceva per noi».

 

Tre dichiarazioni a caso, o meglio selezionate tra le tante, indicative della rivalità Oasis-Radiohead. Cosa deve fare dinanzi a questo un vero fan dei Radiohead? Queste dichiarazioni non possono essere tollerate. Non scherziamo. Non si può ignorare Ok Computer o sminuire album eclettici come The King Of Limbs.

Cosa dovrebbero dire allora Yorke e Radiohead di “Be Here Now” degli Oasis? A prescindere dalle vendite,  per quanto mi riguarda nel 1997 uscirono due grandi album: i loro nomi sono proprio Ok Computer e Urban Hymns dei The Verve. Be Here Now non lo fu e non resse affatto il confronto con l’esplosione dei primi due lavori “Definitely Maybe” e “(What’s the story) Morning Glory”. Forse è quello l’anno cardine nel quale gli Oasis perderanno lo smalto e le fortune degli anni Novanta. Lo stesso Noel non esitò a definire i testi di Be Here Now in una intervista a Singapore  «una merda». Sinceramente è un disco che non ricordo (a parte Stand By Me, Don’t Go Away e All Around The World) e che ho faticato ad ascoltare per la sua complessità e lunghezza. E’ un disco noioso. Aggettivo che invece collide con le caratteristiche e con la genialità dei Radiohead. Avete capito? Non dovete ascoltare gli Oasis, tanto meno Be Here Now.

 

Complesso di inferiorità. Giacciono in tale teoria le dichiarazioni dei fratelli Gallagher nei riguardi dei Radiohead? Qui si potrebbe richiamare il complesso di inferiorità coniato da Alfred Adler (1870-1937), lo psicologo della psicologia individuale. Lo studio dell’uomo in rapporto al contesto sociale. Nel libro “Conoscenza dell’uomo” si fa riferimento all’inferiorità organica del bambino, nella sua lotta e nel tentativo di emergere. Ogni bambino, posto a contatto con il mondo adulto, è indotto a considerarsi piccolo e debole. In compenso, l’antidoto professato da Adler è la ricerca di un fine, con le possibilità di raggiungerlo e perfezionarlo. Forse il loro fine gli Oasis lo hanno comunque raggiunto, uscendo pertanto dalle difficoltà del mondo dell’infanzia. I Radiohead sono invece ancora in piedi e continuano la propria opera musicale. Ma non è il caso di fare paragoni, nè di farne un dramma. Chi è un vero fan dei Radiohead non dovrebbe ascoltare gli Oasis. Chiaro, no?

P.s: Non chiedeteci più di suonare e cantare Wonderwall, semmai vi beccate dieci minuti di All Around The World.

(Il seguente articolo è ironico e la teoria di Adler non ha un collegamento logico)

Chiamale se vuoi, elezioni

In Italia quasi nessuno dopo una tornata elettorale riesce a dire la verità, a distinguere il reale dalla finzione o rappresentazione partitica. Proviamo a farlo noi, con il beneficio del dubbio e del “senonhocapitomale”. Buffo che debba farlo io, noto ragazzo stronzo e bugiardo.

1.Renzi e il mestiere del giornalista. Sorridente, moderato, analista. E’ un Renzi compatto, in conferenza stampa assieme agli altri vertici del partito. L’esordio è l’unica realtà di quanto dirà nel corso dell’ora successiva: «Non siamo come gli altri che indossano il sorriso di ordinanza, volevamo fare meglio a Napoli, dove c’è stato il risultato peggiore del Pd». Lo noti partire bene e scorgi un apparente briciolo di serenità ed albore di autocritica. Ma la marcia cambia. Dopo un breve mea culpa su Napoli, con tanto di promesso intervento personale per ripartire da un grave disastro, comincia un analisi politologica straordinaria. I problemi del centrodestra, la mutilata vittoria a cinque stelle, le difficoltà delle altre compagini politiche. Ed altre teorie. Una su tutte: le amministrative, in qualità di voto essenzialmente locale, difficilmente possono configurare un quadro lineare della situazione partitica sotto il contesto nazionale. Per il premier è un voto frastagliato, disarticolato, disomogeneo. Verità parzialmente vera, ma che sposta l’attenzione dal punto focale delle elezioni di ieri: la indubbia flessione del Pd, dal fallimento totale di Napoli, sino a città fondamentali come Bologna, Torino e Milano, nelle quali si registrano risultati al di sotto delle aspettative. Vero è che i conti si fanno il 19 e dunque alla fine. Vero è che il Pd può portare a casa tutte le tre città e dire la sua anche su Roma, peraltro più per merito di Giachetti che di Renzi e Pd. Ma è pur vero che il boom a cinque stelle in quel di Torino e Roma appare indicativo di un disagio politico dei cittadini, tradotto non solo in forma astensionista ma anche in veste del tutto grillina. Il rischio sconfitta si annida a Milano: perdere una tra le più città importanti, dopo la rivoluzione arancione Pisapia, con un candidato dato per favorito e sponsorizzato dallo stesso Renzi,  sarebbe un duro colpo per il governo. Da decifrare poi la stramba concezione secondo cui chi ha votato contro il cosiddetto sistema ieri, dovrebbe votare o comunque propenderebbe per il Sì al referendum di ottobre. In attesa dei mesi a venire.

 

2. Di Battista ed il suo nuovo grande amore: la tv. Non sembra stare nella pelle. Cambi canale ma lui c’è. Lui, il leader, il suo Movimento. Coloro che odiavano la tv, coloro che il giornalismo fazioso ed inconcludente. Niente di tutto questo. L’evoluzione a cinque stelle è drastica e partitica: dal successo di ieri (parziale) alle modalità di espressione. Nessuna polemica: solo sorrisi e rispetto. Di Battista risponde ma non risponde alle domande dei giornalisti. O meglio, comincia a rispondere e poi scivola nelle solite banalità da campagna elettorale, preparando il terreno in vista della vera battaglia. Tutti i giornalisti diventano buoni e possono essere chiamati ‘dottor’, persino Cerasa, direttore de “Il Foglio”, quel giornale con il quale Grillo pulirebbe il proprio sedere. Fantastici, solari, eroici. Sembra il tripudio ed in parte lo è. Crescita ma non scossa. Il 9 % a Napoli e il 10% a Milano non sono ancora indicativi di un partito pronto a governare. Manca dunque ancora un riconoscimento complessivo dell’elettorato. Boom storico invece a Roma (dal 12 al 35 rispetto alla tornata 2013) e Torino (dal 5 al 30). Per il resto, qualche ballottaggio qua e là ma il boom non sempre corrisponde a vittoria. La crescita c’è ma non vincere Roma sarebbe una sconfitta clamorosa, considerata la situazione antecedente ed attuale del Pd romano. Vincere anche Torino sarebbe invece impresa. Non vincere nessun comune di rilievo sarebbe al contrario la sintesi di una gara giocata bene, con tanto di complimenti da critici e avversari, senza tuttavia risultare vittoriosi al fischio finale. I tempi per spodestare “sistema ed establishment” sono ancora lontani. Referendum costituzionale permettendo. Qui bisognerà comprendere quanto il Movimento decida di incidere sulla battaglia costituzionale. Si attendono strategie e possibilmente anche un programma sulla città di Roma. Però in questa società l’apparenza è tutto. L’esempio è il voto a prescindere dei romani. Un voto più al Movimento che al candidato. Di cui nulla si è saputo a parte slogan generici e canzoncine antipolitiche. Presto nei migliori negozi di giocattoli: «come vincere senza un programma».

 

3. Salve Salvini. Per Salvini un reale successo e tanti altri insuccessi. Sintetizzando: straordinario il 22 % della Borgonzoni a Bologna. Nella città rossa, paradossalmente, giace il miglior risultato leghista. Il quadro complessivo è un mezzo disastro: a Milano è doppiato da Forza Italia e Berlusconi, sparito a sua volta nel resto d’Italia, salvo il ballottaggio ottenuto a Napoli, ma tuttavia può conquistare la città con il grande risultato di Stefano Parisi. Risultato assolutamente indicativo di un fattore inconfutabile: il Centrodestra (Meloni, Salvini, Berlusconi) o si presenta unito o risulta spacciato in tutte le partite elettorali. L’emblema della debolezza è il pessimo risultato a Torino, da Morano ad Osvaldo Napoli. Chiusura con il peggior dato: 2,7 % a Roma nella coalizione per Giorgia Meloni. Se la leader di Fdi affretta a decretare le cause della propria sconfitta (“ma è quasi un miracolo”, qualcuno le spieghi di no) nel mancato appoggio berlusconiano, con tanto di frammentazione elettorale verso Marchini, si badi che il risultato di Berlusconi è poco più sopra il 4. C’è dunque un Salvini in calo,  ma «il premier esce «indebolito dal voto». Contento lui, contenti tutti. Ritorno a Berlusconi.  Non sappiamo, non ha ancora parlato. Non pervenuto. «E’ una salma» ebbi modo di osservare scherzosamente assieme a Gianni Falcone e Leonardo Cristiano in ‘Serata Condizionata’. Non scherzavo, politicamente colloquiando.

Renzi e la moneta a due teste

Il punto di vista di Renzi, mascherato ma non troppo, e pertanto intuibile, mi pare il seguente: se vince il Sì, benissimo, avanti tutta. Era in fondo cominciato da qui il proprio progetto governativo. Riattivare e ringiovanire i meccanismi dell’azione di governo, condendo il dibattito di positività terminologica e vocaboli quali semplicità, semplificazione, rottamazione, svecchiamento e, principalmente, governabilità.

Se vince il No, ancora meglio. La personalizzazione iniziata e parzialmente interrotta svela a mio avviso una strategia beffarda e passibile di rivelarsi vincente, ancor prima che la campagna per il No possa arginare la freschezza renziana (che esiste ed è tutt’altro che sopita e sepolta). Nella riforma costituzionale compaiono diversi elementi da tenere in considerazione sotto il profilo contenutistico: la (formale) fine del bicameralismo paritario, la nuova legge elettorale, la cancellazione delle province, l’abolizione del Cnel, il riordino delle funzioni legislative, una maggiore stabilità dell’azione esecutiva, la nuova composizione del Senato, l’elezione corretta del Presidente della Repubblica ma soprattutto quella revisione del Titolo V in relazione al riparto di competenze Stato-Regioni (e autonomie locali).

Se ne prenda atto e si faccia il punto: quindici anni dopo, un’altra compagine di centrosinistra torna a mettere mano al tanto discusso art.117 della Costituzione, colpevole di aver scomodato con cospicuo disordine la Corte Costituzionale attraverso i numerosissimi conflitti di attribuzione sollevati, probabilmente perché non si è mai compreso quale fosse la competenza esclusiva dello Stato e quale quella concorrente delle Regioni. Lo Stato “regionale”, così come si è cercato di concepire e modellare, ha fallito.

E fallisce perché i problemi strutturali del Paese, su tutti il divario Nord-Sud, non consentono una cieca affidabilità in alcuni settori di riparto. E’ probabilmente la ragione perché uno dei punti della riforma prevede e propone nuovamente la trasmigrazione di competenze ritenute fondamentali da Regioni a Stato, determinando in tal modo un ritorno ad un modello maggiormente statocentrico. Secondo il sociologo Luca Ricolfi «l’aumento delle competenze a livello degli Enti territoriali (Regioni, Province, Comuni) non si è accompagnato a un parallelo aumento dell’autonomia fiscale, sicchè ogni Ente si è trovato a poter incrementare le spese senza dover pagare alcun prezzo politico in termini di inasprimento delle tasse locali» (Il Post).

Ci sarebbe poi la questione di ciò che i giuristi definiscono il combinato disposto tra riforma costituzionale e legge elettorale. Ci sarebbe, insomma, la necessità di sollecitare un dibattito di merito. Ed invece, come accaduto già in diversi passaggi nel corso di queste settimane, di tutto quanto detto, poco o niente. Con un No che rischia di fare il gioco contestato a Renzi. Che a quel punto potrebbe parlare apertamente al proprio elettorato non di sconfitta in sè, ma di sconfitta generata da coloro che non sanno e non vogliono cambiare. Di punto da cui dover ripartire, andando a prendersi il Paese attraverso il voto anticipato, libero da scomodi vincoli e da forzature di alleanze governative generatesi dal pareggio elettorale del 2013.

A Renzi probabilmente andrebbe anche meglio: un governo tutto suo, la possibilità di riconfermarsi a capo del partito nel futuro congresso e la possibilità di andare a dire la sua in Europa, dato che già ora l’attuale esecutivo rappresenta una delle compagini governative più stabili in Europa. Mentre altrove la famiglia socialista europea pare sempre più sprofondare, nella morsa di sinistre radicali e destre populiste, antieuropeiste ed a tratti xenofobe. Ecco perché la strategia dei sostenitori del No dovrebbe partire dall’isolamento di quel tentativo renziano di personalizzazione: in un modo o nell’altro per il Premier finirebbe a testa o croce con due teste sulla moneta e dalla sua parte. Se invece si muovesse una battaglia del tutto diversa e di stampo contenutistico, raccontando (senza amplificazioni) limiti e contraddizioni di questa riforma, allora la musica cambierebbe. Quel ‘se perdo me ne vado’ del Premier ci indica probabilmente questo. Perché si può anche perdere e lasciare. Bisogna vedere però in che modo. La partita è tutta lì ed è appena cominciata.

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